Impronte degli dei: a caccia di una civiltà perduta

Il bestseller di Graham Hancock che ha riacceso il dibattito sulle origini della civiltà: Sfinge, mappe impossibili, diluvi e memorie di un mondo dimenticato.

Pubblicato il di Redazione New Utopia1 min di lettura
La Grande Sfinge di Giza con la piramide di Chefren alle spalle

Se c’è un libro che ha trasformato l’archeologia misteriosa in un fenomeno mondiale, è Impronte degli dei (Fingerprints of the Gods, 1995) di Graham Hancock.

Di cosa parla

Hancock parte da una serie di anomalie: mappe antiche che sembrano mostrare coste libere dai ghiacci, l’erosione della Sfinge che alcuni geologi datano a molto prima dei faraoni, i miti del diluvio ripetuti identici in culture lontanissime, le incredibili conoscenze astronomiche di popoli “primitivi”. La sua tesi: tutte queste tracce sarebbero le impronte di una civiltà avanzata perduta, spazzata via da un cataclisma alla fine dell’era glaciale.

Perché è un cult

Perché Hancock scrive benissimo: è un ex giornalista dell’Economist, e il libro si divora come un thriller. E perché pone una domanda affascinante e legittima: conosciamo davvero tutta la storia dell’umanità? Siti come Göbekli Tepe — scoperto dopo l’uscita del libro — hanno mostrato che il passato sa ancora sorprenderci.

Con occhio critico

L’archeologia accademica respinge la tesi della civiltà perduta, e molte “prove” del libro hanno spiegazioni convenzionali. Leggilo come va letto: un’ipotesi affascinante raccontata da un grande narratore, non un manuale di storia.

Da leggere se: ami la Sfinge, i miti del diluvio e l’idea vertiginosa che la nostra storia abbia un capitolo zero ancora da scrivere.

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